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Intervista a Giampiero Bertolini, CEO di Biondi Santi | Travel Italy

La storia della famiglia Biondi-Santi è indissolubilmente legata a quella del Brunello di Montalcino: questo vino senese è prodotto all’interno del piccolo Comune di Montalcino, un centro abitato adagiato sulle morbide colline toscane, da cui prende vita l’omonima DOCG.


Vino rosso ottenuto in purezza da uve di tipologia Sangiovese, può vantare un’origine ottocentesca, fatta risalire ai primi esperimenti di Clemente Santi: all’epoca, l’uva con cui veniva effettuata la vinificazione si chiamava semplicemente “brunella”, per indicare il colore scuro dei suoi acini. Oggi, quell’aggettivo è diventato mondialmente noto come il nome proprio – con la B maiuscola – di uno dei vini italiani più longevi in assoluto.


Giampiero, ci puoi spiegare dove siamo e l’importanza che ha questo posto?

Tra queste mura un tempo veniva effettuata la fermentazione malolattica del vino, oggi non più in uso. È un luogo d’epoca, che conserva i ricordi di un passato che abbraccia due secoli: il primo vintage di Brunello è stato infatti prodotto nel 1888, da Ferruccio Biondi Santi, nipote di Clemente. Il secondo vintage, sempre firmato da Ferruccio Biondi Santi, risale al 1891 ed è seguito da altri 37 vintages, prodotti prima dal figlio e poi dal nipote di Ferruccio, Tancredi e Franco Biondi Santi, che salvarono la cantina di famiglia dalle razzie nemiche del 1944.


Senza di loro avremmo perso un patrimonio inestimabile in termini di storia di questo vino, ma ogni generazione della famiglia ha lasciato la propria impronta sulla produzione. Questo luogo è all’origine di tutto questo.


Ad oggi, però, la direzione dell’azienda è passata ad un proprietario francese. Ci puoi raccontare qualcosa di più su di lui?

Il gruppo che ha acquistato Biondi Santi è quello di Christofer Descours, che dirige questa realtà dal 2016. Le tradizioni che si sono sviluppate qui nel corso della lunga storia familiare continuano però ad essere rispettate dalla società, che vuole primariamente dare una svolta dinamica alla promozione del brand, senza snaturarlo ma anzi restituendogli prestigio.


Per fare ciò, l’attenzione non è rivolta al solo Brunello ma anche al Rosso di Montalcino, un vino giovane, adatto a diffondersi tra un pubblico meno allenato a cogliere le complessità di un invecchiamento in bottiglia di oltre quarant’anni. Allo stesso tempo, si mantiene come obiettivo la qualità d’eccellenza, svolgendo riunioni tecniche di degustazione a settimane alterne e investendo sull’analisi anche genetica dei vitigni di partenza o dei lieviti utilizzati.


Dunque l’innovazione maggiore sarà un diverso marketing, associato ad uno studio più approfondito del territorio e del vino che produce?

Si può dire di sì. L’impostazione francese – anche considerata l’esperienza che il gruppo EPI di Descours ha con le Maison de Champagne – è quella di ridurre la quantità e aumentare la qualità, sempre e comunque, sollecitando una domanda già scalpitante. I primi dati in merito alle vendite confermano tra l’altro il successo di questa impostazione.


Per concludere la nostra intervista e salutarci con uno sguardo al futuro, ti chiederei: che sfide vedi all’orizzonte per il Brunello di Montalcino?

Senza dubbio la sfida più grande sarà riconnettersi con le persone. Molti conoscono il nome di “Biondi Santi” ma non hanno mai assaggiato il vino, quasi ne avessero timore. Invece, anche grazie alle doti dell’enologo Federico Radi, abbiamo ideato un vino che unisca l’eleganza al sapore accessibile, l’innegabile pregio alla diffusione tra la gente.

foto_piccola by Stevie Kim



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